#keepitwild

B manifesto Patagonia Fitz Roy

Siamo tutti, in modo più o meno approfondito, a conoscenza delle diverse teorie che descrivono, da punti di vista scientifici o religiosi, la nascita della vita sul Pianeta. Un processo che, a prescindere da ciò in cui si crede, porta con sé l’incertezza della magia, il mistero della nascita, di un incontro tra princìpi, tra maschile e femminile.

È una prospettiva affascinante, che ci rende semplicemente – e forse banalmente – figli e figlie del cielo e della terra, che proprio come la parola “eco” tiene insieme il femminile e il maschile, non relegando l’uno nell’oscurità mentre eleva l’altro alle glorie eterne. E in effetti è anche una chiave di lettura che, dopo secoli in cui siamo stati abituati a pensarci come creature anelanti al cielo e al cielo legate, ci invita finalmente a radicarci in modo nuovo e autentico alla madre terra.

Sentiamo spesso l’invito a “radicarci”, ma cosa significa esattamente?

Radicarsi è un modo per riportarci letteralmente alla terra: alcuni di noi sono più restii a farlo di altri, meno capaci di “stare nel corpo”, ascoltarsi, accogliersi. Non c’è nulla di sbagliato in questo ma, dato che siamo esseri viventi aggravitati alla terra, sarebbe una buona pratica esercitare una maggiore consapevolezza proprio del nostro corpo e del suo stare in costante contatto con la terra.

Uno dei modi più semplici per farlo è quello di fare caso al nostro respiro mentre entra ed esce dalla bocca, seguendone il percorso in tutte le parti del corpo dove lo sentiamo arrivare, o dove lo vogliamo accompagnare: dopo appena una decina di respiri “osservati”, ci rendiamo maggior conto della nostra fisicità, della fragilità ma anche della sua intensità. Dedicare attenzione alle sensazioni è un buon modo per esplorare, ed esplorarsi, in ricerca attiva e ricettiva.

Possiamo anche spingerci oltre, immaginarci di avere radici che crescono dai nostri piedi e ci ancorano alla terra senza impedirci però di muoverci. Un’esperienza di potente energia che ci arriva non dal solito cono di luce che ci condiziona con il suo immaginario iconografico, ma dai piedi, ovvero dalla parte più bassa, probabilmente sporca, stanca e ignorata che abbiamo.

È un modo per sgranchire il nostro esistere, ridando dignità alla terra e riconnettendola, attraverso i nostri corpi, al cielo. Ed è così che proprio il nostro corpo diventa luogo di una sacra unione, contenitore di uno spirito che trae beneficio da questa posizione che ospita l’incontro e ne acquisisce maggiore energia, fiducia, consapevolezza. Ed è anche una chiave interpretativa che nel contempo ci tiene stretti insieme a tutti gli altri esseri viventi, compartecipi di una comune origine e di un comune destino, fatti degli stessi ingredienti e impastati di contraddizioni e meraviglia.

Proprio da queste parti probabilmente trae origine quell’innata sensazione di benessere che ci pervade quando stiamo in natura e che trascende il nostro impeto razionale, non solo per i benefici fisici e scientificamente provati dagli studi sulla cromoterapia e sui monoterpeni, ma anche per ragioni emotive che hanno a che fare con la lucidità e la creatività, psicologiche per la riconnessione con noi stessi e gli altri, e spirituali, per la tensione verso l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Una condizione che ci riporta a quella che ormai siamo abituati a chiamare wilderness, richiamo incontaminato alla nostra essenza senza briglie, non domestica, a quella saggezza primitiva che si fa guida per chi si lascia condurre.

È un cammino...

È un cammino sì, che ci muove con delicatezza e lentezza non solo a “stare in mezzo alla natura” ma a “essere noi stessi natura”, ovvero, per riprendere le parole della psicologa Marcella Danon, “a sintonizzarci sui ritmi organici, sulla sua intelligenza coordinatrice, sulla sua gioiosa esuberanza…  anche quando siamo a casa, anche quando viviamo in città”.

Esercizi di mindfulness, di meditazione, di pratica dell’attenzione nella memoria e nell’immaginazione ci aiutano a trovare spazi di relazione con la natura anche dentro di noi. È un’opportunità la cui realizzazione sta nella nostra disponibilità ad aprirci, nella nostra predisposizione ad accogliere le suggestioni, a prendercene cura, a lasciarcene – perché no? – anche un po’ sopraffare.

Forse avete presente questi versi da Growin’ up, di Bruce Springsteen

   my feet they finally took root in the earth, 
but I got me a nice little place in the stars

Un’ottima sintesi dell’essenza del nostro vivere, restare ancorati alla terra in uno slancio verso il cielo, prendendo per mano il padre e la madre, e raccogliendone l’eredità. Perché, che lo si accetti o meno, siamo parte della biosfera fin da quando siamo nati e anche se l’umiltà e il riconoscimento dei nostri limiti non hanno caratterizzato la nostra storia evolutiva, restiamo “una specie animale della fauna globale” (E.O. Wilson). E come sarebbe sfidante se riuscissimo, finalmente, ad accettarlo?

Ecco perché spesso troverete su tanti miei interventi anche l’hashtag #keepitwild.

Fate in modo che la vostra eco resti selvatica, nel cuore e nel mondo.

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