Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cesare Pavese

Questo è un articolo senza foto, tranne una. Dicono che per farti leggere devi inserirne parecchie, ma stavolta no. Perché la prima volta non la dimentichi, e nella burrasca dei sentimenti una cosa resta lucida. Il rispetto, la discrezione talvolta necessaria dell’assenza di immagini.
L’unica foto che lascio non è tua, ma mi piace immaginare che anche tu avresti potuto essere lì, appostato tra i germogli a scivolare gorgheggi.

B tordo bottaccio

Come il medico con il primo paziente che perde, come il primo bersaglio che manchi, il primo esame che non passi. Puoi studiare, prepararti, ma poi la realtà ti mette sempre di fronte ai suoi imprevisti, alle sue fregature.

Prendo tra le mani per la prima volta il tuo corpo fragile e miracoloso. Non sono mai stata una di quelle bambine che trovano animali da salvare, lo sono diventata da grande.
Una bambina grande che vorrebbe salvarvi tutti.

Non so se faccio bene, tremo un po’, ma capisco che occorre fermezza. Anche se non so bene chi dei due ha più paura, quella che può fare qualcosa, tra noi due, in questo momento sono io. Ti tengo con lo stupore di una ferita, di un tesoro. Il cuore che batte veloce, ton-ton-ton, il mio, il tuo. Quei tuoi occhi fondi e neri, pozzo di dolcezza che mi annega.

In quella scatola di cartone che appoggio sul sedile ti sento muovere.

Guido lenta evitando le buche, abbasso a zero il volume della radio per lasciarti più tranquillo. Non apro la scatola anche se vorrei tanto vedere come va, ma so che è meglio per te lasciarti tranquillo, al buio. Eppure ti sento muovere, dentro me penso che forse tu abbia ancora voglia di volare, che ce la farai. Invece sono i tuoi ultimi respiri, l’istante di un addio all’inizio di una primavera a cui non si aggiungerà il tuo canto contagioso di gioia.

Ci vuole coraggio a morire a primavera sai?

Questa primavera che pure esplode di melodie mentre, ignara, prendo la scatola tra le mani. Ti sto portando in un bel posto, vedrai che starai bene. Sottovoce ti sussurro parole a farti forza.
Mentre lascio il rifugio, quelle parole invece le rivolgo a me. Che trabocco di sensi di colpa, avrò sbagliato qualcosa, non avrò capito in tempo ciò che bisognava fare, potevo fare di più.
E poi non dirmi che natura e filosofia non vanno a spasso sottobraccio, a volte danzando sul cuore, a volte calpestandolo con un tip tap chiodato.

Quante domande la morte, nelle notti insonni e oggi ancora, qui tra questi fiori di una bellezza sfacciata mentre nascondono altre vite. Come vorrei che per un attimo riparassero anche la mia, adesso.

Sarebbe stato bello se questa volta ci fosse stato un lieto fine. Ché in tempi dove la morte è già compagna di troppi pensieri, una magia di rinascita ci sarebbe stata bene. Mi avrebbe fatto bene.
Sei solo un tordo, direbbe qualcuno.
Certo. Sei solo un tordo, un tordo bottaccio per la precisione
, di quelli che qualcuno con abitudini brutali usa come esca illegale di sparo facile. Di quelli che su, fatti forza, ne vedrai tanti morire, bisogna che ci facciamo un po’ di pelo sul cuore. Già. Almeno siamo insieme qui, e piano piano crescerà un po’ anche a me, forse, quello scudo al cuore che aiuta ad andare avanti, a continuare a fare il proprio lavoro per chi continuerà ad averne bisogno.

Per oggi arranco ancora con un cuore di piume però. Sei solo un tordo, sì, e io sono solo una donna.

Che ancora una volta sperimenta l’impotenza feroce dell’amore davanti alle incontestabili leggi di natura. Una donna che ha ricominciato, un’altra volta ancora, un viaggio faticoso nella provvisorietà di ogni cosa.

Buon viaggio piccolino, da più su del cielo riempi ancora questo silenzio col tuo canto.
Quando la vita è dolce
Ringrazia e celebra.
Quando la vita è amara,
ringrazia e impara.
Shauna Niequist

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